La mitologia nel mondo dei treni esiste eccome, l’Italia non fa eccezione, anzi è culla di particolari “soprannomi”; talvolta con paragoni palesemente azzeccati ed intuibili a tutti, altre volte con accostamenti comprensibili solo ai ferrovieri… e agli appassionati.
Restando unicamente in Italia possiamo dire che il dare un “nome” ad un rotabile in campo ferroviario è storia antica, forse possiamo tranquillamente affermare che il treno ha avuto un nome fin dalla nascita. Infatti, dato che le primordiali società ferroviarie avevano pochissimi esemplari di locomotive, per esempio, ognuna di queste veniva subito battezzata: è il caso di pensare alla Bayard, oppure al Mastodonte dei Giovi.
Restando nel mondo delle locomotive a vapore le macchine che formarono il Gruppo 670, costruite per la Rete Adriatica tra il 1900 ed il 1905, una volta entrate nel parco delle Ferrovie dello Stato, e quindi dal 1905 in poi presero l’appellativo di “Mucca”: la mitologia dell’epoca vuole l’assegnazione di questo nome dovuto al particolare rumore che il vapore produceva quando fuoriusciva dalla valvola di sicurezza della caldaia, molto simile ad un muggito.
Le macchine del Gruppo 470, invece, subirono il poco gradevole nome di “Forno Crematorio”, a causa delle alte e molto spesso insopportabili temperature che si sviluppavano nella cabina. Più avanti negli anni ecco le macchine del Gruppo 743: in particolare alle versioni prototipo, che avevano in dote una carenatura parziale, fu affibbiato il soprannome di “Catafalco”; le macchine del Gruppo 683, invece, si videro affibbiare il nome di “Tutankamen”.
Andò decisamente meglio alle 640 che furono soprannominate “Signorine”, per via dell’elegante linea sottolineata dalle generose ruote motrici di ben due metri di diametro: questo nome fu esteso anche per le macchine del Gruppo 625.
Le 380 per via della loro provenienza furono soprannominate le “Inglesine, mentre le 735 furono battezzate “Wilson”, in onore dell’allora presidente degli USA nel periodo della Prima Guerra Mondiale; alle 645, invece, fu affibbiato il nome di “Rumene”: realizzate in Italia ma mai arrivate in Romania a causa proprio dello scoppio della Grande Guerra. Che dire invece delle due macchine specializzate nelle manovre nei piazzali? Alle 835 fu affibbiato il nomignolo di “Cirilla”, alle 897 “Pierina”: in effetti erano un po’ come le domestiche delle famiglie benestanti di un tempo. Impossibile non menzionare poi le piccole e quadrate macchine del Gruppo 800, a cui fu affibbiato l’inequivocabile nome di “Cubo”: e come non darglielo visto che dopo l’asportazione del comparto bagagli, per la trasformazione dal Gruppo 60, avevano assunto una forma quadrata?
Dagli anni trenta dello scorso secolo, in contemporanea con l’avvento della trazione elettrica, iniziò a prendere campo anche la trazione termica, destinata soprattutto alle linee secondarie. Ecco dunque arrivati ad un nome nella bocca di tutti, anche di coloro lontanissimi dal mondo dei treni: la “littorina”. Ma come nasce questo nome? Nel 1932 l’automotrice ALb 48, alimentazione benzina predisposta con 48 posti a sedere, e precisamente la ALb 48 103, fu protagonista del viaggio inaugurale con destinazione Littoria, nome storico dell’attuale città di Latina; ecco dunque che da quel viaggio tutte le automotrici a seguire sono quasi sempre state soprannominate “littorine”.
Non sono sfuggiti ai nomignoli nemmeno gli automotori da manovra: le 206, 207 e 208 furono soprannominati “Sogliole”, per via della loro conformazione appiattita, mentre le 210 e 211, versioni un po’ più grandi, furono soprannominati “Soglioloni”: in Toscana però spesso sono state chiamate “Biscotti” o “Usci”.
Il D.461, macchina prototipo, prese il soprannome di “Cocò” per via del suo rodiggio. La D.442 Ansaldo invece fu soprannominato “Baffone” per via del particolare disegno sul frontale, mentre il prototipo Aln 668 1401 prese il soprannome di “Micetta”, sempre per via del suo particolare disegno del frontale. Questo soprannome fu esteso anche ad altre successive versioni di ALn 668, che pur non avevano il frontale identico. In Toscana le ALn 668 sono chiamate, invece, “Paperelle” per via del loro particolare suono dei motori. Piuttosto famoso il nome di “Belvedere” che fu affibbiato all’automotrice ALTn 444, dovuto alla presenza in zona centrale di un’ampia vetrata con piano rialzato: si trattò di un unico esemplare realizzato su una vecchia cassa di una ALn 772 che aveva subito danni ingenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Dai ferrovieri del Sud Italia invece fu assegnato il nomignolo di “Mulo dei binari” alle D.341, assolute protagoniste per almeno un paio di epoche ferroviarie delle linee secondarie di Puglia, Basilicata e Calabria.
Le locomotive diesel D.372 furono soprannominate “Tobruk”, mentre le Ne 120 erano le famose “Truman”, entrate poi in servizio per formare il Gruppo 143 delle Ferrovie dello Stato. In generale molte locomotive da manovra delle FS, quelle realizzate dalla Badoni, furono ribattezzate tutte con il nome appunto di “Badoni”.
Tra le macchine da manovra vi erano curiosamente i complessi di E.321+E.322 ed E.323+E.324, che per il fatto di viaggiare in doppia, vennero soprannominate in modi più disparati a seconda del luogo: “Cane e padrone”, “Cane e cagnetta”, “Battistino”.
E a proposito di locomotive elettriche, e di elettrotreni, anche loro non sono scampati alla particolarità di ricevere un soprannome. Già dall’epoca del trifase, per esempio: la E 550 era il “Mulo dei Giovi”, la E 330 il “Cammello”, le E 331 e le E 332 invece subirono nomignoli poco felici a causa della posizione delle apparecchiature elettriche in zone molto pericolose per il personale che costò la vita a molti ferrovieri, e così furono soprannominate “Casse da morto” e “Assassina”.
Curioso il nome affibbiato alle locomotive elettriche E 626, dalla 015 alla 099, di “Ronzoni”, dovuto al rumore prodotto dal motogeneratore dei servizi ausiliari.
Famosissime le “Tartarughe” E.444, i “Caimani” E.656, e le “Tigri” E.632, E.633 ed E.652, e qui grazie ad un concorso indetto sulla rivista ufficiale “Voci della Rotaia”. In alcune parti d’Italia, invece, alle E.646 fu affibbiato il nome di “Camaleonte” per via del loro continuo cambio di livrea adottato negli anni da questi locomotori. Le E.444R, versioni ricondizionate, furono chiamate “Ribollite” dai ferrovieri toscani, in onore appunto della ribollita piatto tipo della regione che allude ad una minestra riscaldata.
“Camilla” invece fu il nome, scritto anche sulla fiancata della locomotiva, che fu assegnato alla E.636 284: fu ricostruita con i frontali di una E.656 dopo un grave incidente e fu colorata con uno sgargiante rosso segnale.
Se oggi tutti conoscono i “Frecciarossa”, “Frecciargento” e hanno conosciuto anche i “Frecciabianca”, in passato il “Pendolino”, nome assegnato alla generazione degli ETR 450/460/470/480, erano certamente riconoscibili dalla maggior parte della popolazione, anche dai meno esperti in materia. Tra ferrovieri ed appassionati è noto anche il nome di “Ocarine”, assegnati ad alcuni elettrotreni cosiddetti a cassa leggera: ALe 790/880. Più o meno nello stesso periodo sui binari italiani circolavano anche il “Settebello” ETR 300, e “l’Arlecchino” ETR 250: il primo era un treno composto da sette eleganti elementi, il secondo da quattro elementi con gli interni di quattro colorazioni diverse. E poi le “Varesine”, catalogate come elettrotreni a cassa pesante.
Anche tra le carrozze non mancano i soprannomi: le “Centoporte”, per esempio, o le “Corbellini”, cognome dell’ingegner Guido Corbellini, appunto, Ministro dei Trasporti nel periodo di ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le carrozze “Bandiera”, oppure le “Finanziere” per quelle in livrea con due tonalità di grigio. Come non citare le “Musone”, ovvero le semipilota sia in trazione diesel (TD) che in trazione elettrica (TE) costruite sul disegno delle carrozze MDVC (Medie Distante Vestiboli Centrali). Tra le pilota ricordiamo anche le “Gallinari”, nome assegnato ad una particolare carrozza pilota con il frontale ricostruito e non passante, e che fa parte delle carrozze Tipo 1973, cosiddette a piano ribassato, ed in Lombardia chiamate “Su e giù” dai pendolari.




